Irriverente, estrosa, forte, Katy Jurado spopolò in Messico e negli USA, disinvolta nei ruoli di femme fatale quanto in quelli più maturi. Vinse cinque Premi Ariel, un Golden Globe e divenne uno dei volti iconici del western.


Nacque il 16 gennaio 1924, battezzata María Cristina Jurado García, in una famiglia benestante e costituzionalista che aveva dato al Messico il presidente Emilio Portes Gil ed il generale e musicista Belisario de Jesús García.

Debuttò quindicenne in “La isla de la passion” di Emilio ‘El Indio’ Fernández, del 1941. Tre anni dopo recitò per Chano Urueta in “No matarás”, lanciandosi definitivamente in una carriera che, al principio degli Anni Cinquanta, la vide protagonista di pellicole destinate a restare nella storia del cinema come “Mezzogiorno di fuoco”, che le valse un Golden Globe come miglior attrice non protagonista (per il ruolo di Helen Ramirez, l’ex amante dello sceriffo che interpreta Gary Cooper), e “Il bruto” di Luis Buñuel.

Tutto nacque quando, durante una corrida, conobbe il regista Budd Boetticher e Jhon Wayne. Filò ad Hollywood e prese parte alla pellicola “L’amante del torero”. Di lì a poco fu protagonista dei western “I pascoli d’oro”, diretto da Jospegh Kane, “La freccia insanguinata”, di Warren, con Charlton Heston e Jack Pallance, e “La pistola non basta”, di Harry Horner, col suo connazionale Anthony Quinn.

Nel 1954 sostituì Dolores del Rio nel ruolo della signora Devereaux nel film “La lancia che uccide”, di Edward Dmytryk, con Spencer Tracy. Inizialmente la produzione aveva qualche dubbio su quella scelta, poi restò sopraffatta dalla classe della Jurado. L’interpretazione le valse una candidatura all’Oscar, la prima volta che accadeva con una latinoamericana.
Sul cadere del decennio, sul set di “Gli uomini della terra selvaggia”, western di Delmer Daves con Alan Ladd, si innamorò di Ernest Borgnine che sposò quello stesso anno e da cui si separò nel 1963, senza mai più risposarsi. Madre single, si oppose allora al maschilismo dell’industria cinematografia, sfidò pure il razzismo e i pregiudizi di una società conservatrice, vinse la depressione che l’aveva colta alla morte del suo primo figlio.

Del 1961 è la sua interpretazione al lungometraggio di Marlon Brando, del 1973 la partecipazione a “Pat Garrett e Billy Kid”.

Celebre per il suo sguardo languido e le labbra carnose, riscontrò successo anche nel teatro e in televisione.

 

 
 

 

 

 

Angelo D’Ambra

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Angelo D'Ambra, saggista, laureato in Scienze Politiche, anima il portale di divulgazione storica historiaregni.it, scrive di storia nordamericana per farwest.it e si occupa di critica cinematografica e musicale per planetcountry.it e passionecinema.it.

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