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    Drammatico

    Luci d’Inverno, il momento in cui Gesù soffrì di più

    Angelo D'AmbraBy Angelo D'Ambra12 Dicembre 2021Nessun commento4 Mins Read

    Dopo la morte di sua moglie, Tomas Ericsson (Gunnar Bjornstrand), un pastore protestante, precipita in un senso di vuoto e smarrimento, una soffocante crisi religiosa che lo stritola e lo demotiva. L’inverno in Svezia è alle porte, le luci si fanno deboli e fioche, non riscaldano, parlano del silenzio di Dio.

    Ingmar Bergman, in “Luci d’Inverno”, del 1962, indaga lo strazio dei cuori nella ricerca affannosa di una voce, di una risposta, di un senso. La rigorosa austerità espressiva del regista si sviluppa in un susseguirsi di primi piani di volti assorti nel dubbio e nell’angoscia. Il tormento intimo non è celato, diventa disperazione palese che sbotta in suicidi, accidia, apatia.

    Tomas celebra la messa in una chiesa vuota d’orpelli, alla presenza di pochi fedeli, ciascuno con i suoi problemi esistenziali. Evidentemente la comunità ha compreso la mancanza di convinzione del pastore. In effetti, questi è incapace di arrivare a chi lo ascolta perché bloccato nel suo dolore, rispetta la liturgia, ma per lui è ormai priva di significato. Quando sa del suicidio del pescatore Jonas Persson (Max von Sydow, il cavaliere de “Il settimo sigillo”), un parrocchiano ossessionato dal pericolo atomico che aveva chiesto il suo conforto, il senso di colpa lo travolge. Capisce d’aver fallito, di non aver comprensione di Dio e della sofferenza umana, di aver smarrito lo scopo.

    Non gli dà conforto l’amore che la maestra elementare, Marta Lundberg (Ingrid Thulin), sente per lui. Respinge la donna con parole severe, si chiude al suo affetto. Lo salva Algot Frövik (Allan Edwall), il docile sacrestano storpio, quando condivide una sua acuta riflessione sulla Passione: «Qualche tempo fa, quando le dissi che i dolori mi toglievano il sonno e il riposo, lei mi consigliò di dedicarmi alla lettura… Ho cominciato con i Vangeli, allora: prima mi facevano da sonnifero. Ma, leggi e rileggi, mi sono fatto una mia teoria sulla passione di Cristo, ci ho riflettuto sopra… E’ sicuro che non sia male parlare della sofferenza di Cristo, pastore? …Io penso che sia inutile soffermarsi sulle sofferenze fisiche, non dovevano poi essere tanto terribili. Mi scusi, le sembrerò presuntuoso, ma nel mio piccolo, tutto sommato, fisicamente, credo di aver sofferto quanto Gesù Cristo. E la sua agonia non è stata nemmeno molto lunga: quattro ore più o meno, eh pastore? Ma ha patito una sofferenza molto più grande di quelle fisiche. Può anche darsi che mi sbagli, ma… Pensi al Getsemani, pastore: i discepoli dormivano calmi, non avevano capito niente. Neanche l’ultima cena, niente di niente. E quando arrivarono i soldati i discepoli fuggirono; e dopo Pietro lo rinnegò. Per tre anni Gesù aveva parlato a quei discepoli, e ogni giorno era stato con loro, e loro non avevano capito le sue parole. Lo abbandonarono tutti, e lui restò solo. Pastore, quanto deve avere sofferto allora! Sapere che nessuno lo aveva capito, essere rinnegato proprio quando hai bisogno di qualcuno in cui avere fiducia… che sofferenza terribile! Già, ma doveva esserci qualcosa di peggio: l’attimo in cui Gesù fu inchiodato sulla croce, e giunto vicino alla morte gridò: “Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato!”. Lo gridò con voce altissima, come se avesse creduto che suo padre nei cieli lo avesse abbandonato, come se avesse creduto di essersi sbagliato… Sì, Gesù fu assalito da uno strazio indicibile, prima di morire. Pastore, non sarà stato quello il momento in cui soffrì di più per il silenzio di Dio?».

    Questo commovente monologo è la chiave del film. Come l’apostolo Tommaso dubitò della risurrezione di Gesù finché non ne toccò le piaghe, così il pastore Tomas abbandona le sue incertezze quando si rende conto di avere Cristo accanto, di stare toccando la sua più dolorosa ferita, il patimento del silenzio di Dio. Torna dunque a dir messa, proclamando convinto: “Santo, santo, santo è il Signore dio degli eserciti… Benedetto è colui che viene nel nome del Signore”.

     

     

     

     

    Angelo D’Ambra

    Gunnar Bjornstrand Ingmar Bergman Luci d’Inverno
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    Angelo D'Ambra

      Angelo D'Ambra, appassionato di cinema wester, gotico e surrealista, si diletta qui in critica cinematografica

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