Intervista al Direttore del Festival Meet the Docs! Matteo Lolletti

Come nasce l’idea di questo Festival?

L’idea del festival nasce dalla nostra storia personale, perché noi siamo documentaristi — che è una cosa che si è e che non si fa. Parlo al plurale perché io sarò anche direttore artistico, ma il festival è realizzato, ideato, vissuto, organizzato e sentito da un gruppo, da un insieme di persone straordinarie, delle quali sono un modesto portavoce. Noi crediamo che fare un documentario sia un atto di coraggio, perché significa intrattenere un rapporto con l’altro da sé, significa accogliere e raccontare e rappresentare le storie degli altri, significa accogliere il dissonante, l’alterità come possibilità. Allo stesso modo fare un festival di documentari è cercare di costruire ponti al posto dei muri, è trovare spazi di prossimità e offrire possibilità abitabili, pensabili, praticabili. Così ci siamo detti che volevamo fare un festival, che — diversamente da altri festival, ma senza esserci inventati nulla — avesse un’identità precisa, ossia offrire percorsi, dialoghi, conflitti, confronti, attraverso una scelta precisa dei prodotti documentaristici a cui affiancare, dopo ogni proiezione, un approfondimento con i registi o con ospiti esperti sui temi che decidiamo di affrontare. Anche ciò che abbiamo deciso di aggiungere alle semplici proiezioni — workshop, MasterClass, incontri, djset, degustazioni — è pensato allo stesso modo e con la stessa funziona, in un ambiente informale e di scambio.

Per farsi conoscere al pubblico di Passione Cinema, le chiediamo di dirci cinque dei suoi film preferiti

Cinque sono pochissimi, anche perché io nutro una particolare perversione per le “classifiche”… Direi, senza pensarci troppo e restando alla definizione di preferiti, quindi magari anche con qualche guilty pleasure: Mulholland Drive di David Lynch, Millennium Mambo di Hou Hsiao-hsien, Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry, Holy Motors di Leos Carax, Fallen Angels di Wong Kar-wai.

Posso aggiungere cinque documentari? National Gallery di Frederick Wiseman, The Act of Killing – L’atto di uccidere di Joshua Oppenheimer, Christine Cynn e Anonimo, Stop the Pounding Heart di Roberto Minervini, L’immagine mancante di Rithy Panh, Follia e amore di Wang Bing.

Ci dica anche cinque nomi di Registi che a lei piacciono

Escludendo gli italiani, per i quali si fanno classifiche a parte, ecco la mia santa cinquina, che è tale per i più svariati motivi ma soprattutto perché credo che i registi presenti abbiano cambiato il cinema per tutti e per sempre: David Lynch, Stanley Kubrick, Leos Carax, Hou Hsiao-hsien e Lars von Trier.

Ci può raccontare qualche aneddoto divertente che accade durante l’organizzazione del Festlval?

Solitamente i momenti che divertono di più sono quelli in cui le persone restano spiazzate da un festival di documentari, o restano confuse da un singolo documentario, e ci chiedono «sì, ok, ma, esattamente, cos’è?», oppure «ah, interessante, ma, esattamente, di cosa parlate?», oppure quando alcune persone, pensando si tratti di un evento tipo Venezia o Cannes, ci chiedono chi fotografare, con chi farsi i selfie o a chi chiedere l’autografo. Poi ci sono i momenti conviviali dello staff, a fine giornata, in cui ci raccontiamo gli episodi meno prevedibili accaduti nelle ore precedenti, le domande più strane, i personaggi meno probabili, i nostri errori, ma sono cose che — come si dice vocando a calcio — rimangono nello spogliatoio.

Finalmente la pandemia sta per terminare, cosa ne pensa del cinema in crisi? Si riprenderà?

Credo sia una domanda estremamente complessa. Il cinema è in crisi da prima della pandemia, nella sua forma tradizionale, almeno, e la crisi attuale è una declinazione pandemica di quella precedente, che però si articola su più piani. È una crisi di produzione? Sì, la pandemia ha peggiorato una situazione già zoppicante, ma le cose sembra stiano ripartendo, anche a livello indipendente. È una crisi di fruizione? Sicuramente, e il lockdown ha esasperato modalità che escludono la sala, eppure oggi si registra una voglia rinnovata di comunità. È una crisi distributiva? Certo, le piattaforme rappresentano una realtà con cui necessariamente confrontarsi, non per forza negativa, nonostante la gestione emergenziale sia stata possibile anche per la loro diffusione, diffusione che è diventata ancora di più una frequentazione. Io credo questo: che il cinema, in ogni suo aspetto, a ogni livello, in tutte le sue parti, debba rapportarsi con un mondo che è definitivamente cambiato, senza voler necessariamente tornare a una normalità pre-pandemica che era parte del problema e non un modello a cui puntare. Bisogna invece ripensare e rifondare la normalità. Da questo punto di vista credo sia necessario che la cultura smetta di rappresentare un mero accessorio, per le politiche del nostro paese, e smetta di essere un percorso accidentale ma inizi a essere considerata un elemento portate e imprescindibile di una società.

Ci dia anche cinque nomi di attrici che le piacciono

Sarò telegrafico: Natalie Portman, Amy Adams, Maggie Cheung, Tilda Swinton, Winona Ryder.

Cosa si aspetta da questo Festival?

Che riesca nel suo intento di seminare dubbi, di rendere prossime storie lontane, di rendere pensabile l’alterità, di stimolare dialoghi e conflitti, di edificare spazi abitabili, di costruire ponti e abbattere muri, di portare il trauma della realtà, di proporre possibili narrazioni differenti, di contaminare sguardi e discipline, di essere scandalo nel suo senso etimologico di “essere un inciampo”, di divertire e di essere in movimento, di pensare l’attualità e la rappresentazione del reale…

Ci racconti in base a come seleziona i film oppure i documentari del festival

Noi partiamo dall’assunto che vogliamo restare attaccati alla contemporaneità — che non significa necessariamente essere attuali, anzi, a volte la Storia è un potente elemento narrativo del presente. Ciò significa che selezioniamo, solitamente, quei film usciti negli ultimi due anni che maggiormente, a nostro modo di vedere, intercettano i sommovimenti tellurici del reale, che più riescono a rappresentarlo in maniera efficace o spiazzante o inaspettata, così da collegare alle proiezioni incontri che, mettendo radici nel contemporaneo, possano poi approfondire tematiche e suggestioni portate (o negate) dal documentario stesso. E lo facciamo senza paura di sbagliare, senza cercare di essere accomodanti, ma sapendo che per raccontare devi avere qualcuno disposto a sentire la tua storia. Ecco, costruiamo una narrazione, quando realizziamo il palinsesto del festival, una storia che si articola su vari piani, passa attraverso tematiche diverse, e finisce per porre delle domande, più che rispondere

Foto di <strong>Juan Martin Baigorria<strong>

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“Chi ride al cinema non guarisce dalla lebbra, ma per un'ora e mezza non ci pensa.” di Jim Carrey

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