I peplum, sempre a caccia di eroi forzuti, rubarono Ercole alla mitologia ed Ursus alla letteratura, poi toccò alla storia, le sottrassero Spartaco e ne fecero il capostipite del filone gladiatorio.

Nel 1960, Stanley Kubrick aveva portato nelle sale cinematografiche un vero capolavoro, “Spartacus” con Kirk Douglas. La pellicola vinse premi oscar e golden globe ed ispirò gli sceneggiatori italiani a sfruttarne la popolarità dando vita ad una lunga serie di film dedicati ai lottatori romani.

Ben sette anni prima di Kubrick, però, Riccardo Freda aveva firmato un suo “Spartaco”, un bianco e nero con Massimo Girotti nei panni del gladiatore tracio, le bellissime Gianna Maria Canale (Sabina) e la ballerina Ludmilla Tchèrina (Amytis) a contenderselo e Carlo Ninchi nel ruolo di Crasso. La versione italiana, più povera nei mezzi, era più ricca di aspetti psicologici. Aveva sfruttato le abilità di acrobati e circensi come Darix Togni, le costruzioni ancora esistenti di “Quo Vadis?” e lo splendore dell’arena di Verona, facendo lezione al futuro cinema peplum. Gli americani, temendo guai, ne acquistarono i diritti dei negativi ed il film scomparve dalla circolazione. Sarebbe eccessivo giudicarlo capostipite del peplum per la mancanza dell’eroe bodybuilder e per la stretta attinenza con la storia che ancora manteneva, ma le basi furon poste. Quando ci fu bisogno, Spartaco nei peplum divenne un eroe completamente estraneo alle vicende reali del personaggio. Sergio Corbucci, nel 1962, gli diede addirittura un figlio di nome Rando ovvero Steve Reeves, protagonista di  un’avventura in Egitto nella quale ha modo di vendicarsi di Crasso, uccisore del padre.

Il successo generò un vero e proprio filone interno ai peplum, quello dedicato ai gladiatori. Ovunque acrobazie, scene di tortura, scontri avvincenti, veleni e donne avvenenti in una Roma immaginaria o nelle province orientali dell’impero soggette a tiranni, imperatori folli, messaline perfide e seducenti.

Dalla pellicola di Freda, sicuramente derivò, nel 1958, dunque prima del successo di Stanley Kubrick, “La rivolta dei gladiatori” di Vittorio Cottafavi con Ettore Manni e Gianna Maria Canale e poi, nel 1961, il primo film italiano di Richard Harrison, “Il gladiatore invincibile”, regia di Alberto De Martino. L’intento fu quello di sfruttare la popolarità di Spartaco concentrandosi su combattimenti avvincenti che potessero stupire il pubblico.

Nel 1963 il regista Gianfranco Parolini, indossò la tunica di Lucio Vero e si affidò ai muscolosi Dan Vadis e Mimmo Palmara ed alla bellezza di Fulvia Gasser e Franca Parisi, per realizzare “I dieci gladiatori”, su sceneggiatura di Sollima. Il film è ambientato nella Roma di Nerone ed ebbe ben due seguiti nel 1964, entrambi firmati da Nick Nostro: “Il trionfo dei dieci gladiatori” e “Gli invincibili dieci gladiatori”, in cui tornava in auge il personaggio di Spartaco, interpretato da Gianni Di Benedetto. La ricetta era quella vincente, trame facili, dialoghi semplici, scazzottate e duelli, cartapesta da far volare, esaltazione di corpi e azione, il tutto realizzato con poche risorse: Nostro ultimò le due pellicole in cinque settimane, gli attori fecero due film invece di uno e quindi, invece di pagarli per due, furono pagati per uno.

Dello stesso anno è anche “La Vendetta di Spartaco” di Michele Lupo, probabilmente il migliore del filone, pieno di colpi di scena e trovate intelligenti, con un ritmo davvero incalzante. Nel film Spartaco in realtà non c’è, nonostante le voci che sia ancora vivo è morto, ci sono invece degli ottimi Roger Browne, Scilla Gabel, Gordon Mitchell, Giacomo Rossi Stuart e Daniele Vargas. Pellicola ricca d’azione, divertente, un cattivo al potere da rovesciare, ribelli forzuti dalla parte del bene che vincono, combattimenti, sequenze di battaglie, immagini che colpiscono, tutto pensato per andare a segno. Anche in quella occasione si girarono due film con lo stesso cast, uscì infatti anche “Gli schiavi più forti del mondo”, peplum gladiatorio che utilizzavano i medesimi costumi, le identiche sequenze.

Al 1962 ci riportano “Il gladiatore di Roma” di Mario Costa, col muscolosissimo Gordon Scott, il celebre Tarzan degli anni cinquanta, e “I sette gladiatori” di Pedro Lazaga, che provò a sfruttare il successo commerciale de “I magnifici sette”, così come “Gli invincibili sette” e “La rivolta dei sette”, ambedue peplum gladiatori di Alberto De Martino con l’italo-americano Tony Russell. Pure Michele Lupo tentò l’azzardo con “Sette contro tutti“. Il genere era già codificato, le regole erano ormai prescritte: scenografia curatissima, per quanto riciclata, sequenze di massa dal grande impatto ottico, pur estrapolate da altre pellicole, e incontestabile abilità nel rendere efficaci e convincenti scene d’azione e combattimenti. Ancora una volta poi la chiave di volta erano culturisti, fisici scolpiti, muscolature scultoree. Il pubblico accorreva e riempiva le sale cinematografiche assicurando grandi introiti.

Al 1964 risale la pellicola di Mario Caiano “I due gladiatori”, con le figure immancabili del genere Mimmo Palmara, Moira Orfei, Richard Harrison, Gianni Solaro, un giovanissimo Giuliano Gemma ed il pugile Enzo Fiermonte. Quello stesso anno Luigi Capuano diresse “La vendetta dei gladiatori” col Mr. Universe, Mickey Hargitay, in una Roma assediata da Genserico. Uscì pure “Il magnifico gladiatore”, primo film di Alfonso Brescia che intelligentemente fece di Ercole il figlio del re dei daci, fatto prigioniero dai romani. La prova di Mark Forest, più celebre nei ruoli di Maciste, fu superlativa.



Angelo D’Ambra

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Angelo D'Ambra, saggista, laureato in Scienze Politiche, anima il portale di divulgazione storica historiaregni.it, scrive di storia nordamericana per farwest.it e si occupa di critica cinematografica e musicale per planetcountry.it e passionecinema.it.

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