2021. Mentre il mondo cerca faticosamente di riprendersi dall’epidemia di Covid 19, l’ingegnere Frances Haugen (Mickey Madison) scopre che la società per cui lavora ha taciuto o sottostimato gli effetti nocivi dei propri prodotti sui clienti. Aiutata dal giornalista Jeff Horwitz (Jeremy Allen White),cercherà di portare alla luce la verità su una delle più grandi multinazionali del pianeta: la Facebook Inc. di Mark Zuckerberg (Jeremy Strong).
Diretto da Aaron Sorkin, sceneggiatore e premio Oscar per The Social Network, di cui questa pellicola può ritenersi una sorta di sequel ideale oltre che creatore di serie tv di successo come The West Wing e The Newsroom e autore sempre attento al rapporto tra società, politica e media, il film si sviluppa nel periodo 2019-2022 i cui eventi hanno profondamente scosso gli Stati Uniti e quindi il mondo intero e prendono l’avvio da un episodio apparentemente banale che, sviluppandosi, in maniera sempre più imprevedibile (e proprio tale evoluzione costituisce parte del fascino del film) mettono a nudo le strategie del sociale network per favorire la disinformazione sul web, ignorando, vuoi per profitto o per un superficiale e ingenuo senso della democrazia le conseguenze sui singoli, sfociate in paranoie complottiste e cyberbullismo e sulle masse, che sono culminati nell’assalto a Capitol Hill del 2021.
Un film molto ben recitato dai due protagonisti in ruoli che una volta tanto non risultano meri stereotipi come la introversa esperta d’informatica che non vuole distruggere la sua azienda ma salvarla da sé stessa e il giornalista idealista ma disilluso il cui lavoro sta venendo superato dalla rete ma che vede nell’inchiesta più un servizio alla comunità che di una rivincita personale.
Sopra di loro si staglia la personalità ambigua di Mark Zuckebrg Ceo di facebook, ibrida figura a metà tra un cattivo di James Bond e un sincero paladino libertà di parola e della democrazia, apparentemente ignaro che si tratta di valori che vanno curati e protetti e che lasciati a se stessi condurrebbero al paradosso messo in luce dal grande scrittore Isaac Asimov per cui la mia ignoranza vale quanto la tua cultura.
Una delle poche pecche, assieme a una certa prolissità complessità della narrazione, è un finale eccessivamente trionfalistico e celebrativo di un film che più raccontare una vittoria della verità sulla menzogna che nei fatti non c’è stata (Zuckerberg ha cambiato nome alla sua azienda ma continua a essere uno degli uomini più ricchi e potente al mondo e le sue piattaforme uno degli strumenti gli più utilizzati da chi vuole disinformare) ci mette in guardia dai pericoli, oggi che siamo all’alba dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale quanto mai attuali, di uso sconsiderato della tecnologia.
Andrea Persi
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