Frankenstein, La Recensione
Frankenstein – «Saprete contenere quel fuoco, Prometeo, o finirete per bruciare voi stesso?»
Esordiamo così nella recensione di Frankenstein, per un’opera straordinaria, frutto del genio di Guillermo del Toro. Non potremmo definire in altri modi colui che, da Cronos, Hellboy e La forma dell’acqua, ha dato vita con le sue mani a questo essere eccezionale, proprio come Victor ha creato il suo.
Qualcuno ci ha visto delle imprecisioni, qualcun altro difetti tecnici: non potrebbe essere altrimenti per un lavoro che nasconde nell’imperfezione l’originalità della sua creazione. Anche Victor (uno straordinario Oscar Isaac) è irrimediabilmente umano e imperfetto, tradito dal proprio desiderio di perfezione. Aveva ragione Guillermo quando disse a Oscar: «Questa parte è stata fatta apposta per te»; sembra cucita addosso all’attore, trapuntata di emozioni, velata di sincerità e delicatezza. Molte sono le cose in cui l’artista riconosce sé stesso allo specchio: le origini, le perdite, le verità personali. Il regista, come un artigiano, lo plasma e conduce in una ricerca continua; in una battaglia estenuante tra logica e istinto, razionalità e inconscio, verità ed errore.
Chi è Victor, se non un uomo che cade nell’errore e presunzione di affrontare Dio? L’integrità cede di fronte alla fragilità dell’amore e alla consapevolezza dell’anima. Quando Elizabeth (Mia Goth) gli chiede, durante la creazione del mostro: «Ti sei dimenticato dove mettere l’anima, Victor?», l’uomo di scienza rimane senza risposta.

Chi è il vero mostro, il creato o il creatore?
Qui ritroviamo il Guillermo delle origini, tra sacro e profano, dove al posto del “Cristo elevato sulla croce” appare crocifissa l’enorme creatura di Frankenstein (Jacob Elordi). Ritroviamo anche la sensibilità estetica e gotica di Mary Shelley, filtrata attraverso il linguaggio visivo e morale del regista. La tensione del corpo sofferente si unisce a quella emotiva: prima soffriamo con Victor, poi iniziamo a empatizzare con la creatura.
È un dolore che si trasforma in immagine, una preghiera scolpita nella carne, dove ogni cicatrice diventa traccia di un atto divino e terribile.
La vera domanda è: chi è il vero mostro, colui che gioca a fare Dio o quello generato dalla follia del suo creatore? Isaac costruisce gradualmente la performance fino a un climax nell’interazione con un sorprendente e indifeso Jacob Elordi. Qui non si parla più di creatore e creato, ma di rapporto padre e figlio: di chi non riesce a vedere attraverso gli occhi e di chi invece percepisce attraverso l’anima.
Che razza di mostro è colui che dà vita a un essere simile, condannandolo a un limbo straziante di eterna sopravvivenza? La morte rende umani e vulnerabili, e al mostro non è concesso nemmeno questo privilegio. Gli occhi di Jacob parlano chiaro nelle scene di sofferenza e abbandono; ne percepiamo il peso e sentiamo il dolore delle ferite aperte sulla pelle.

La cura del diverso e l’artista in esilio, come “Prometeo”
È in quell’istante che Frankenstein non sembra più solo una fiaba dai contorni oscuri, ma la vita stessa. Quella in cui un uomo dagli occhi “scuri e grandi” e dall’indole ispanica può non essere accettato dalla sua comunità. Quella in cui dell’essere umano diverso si continua ad avere paura. Quella in cui si teme persino l’amore. Breve, straziante, destinato a esistere altrove. Eppure, per quanto breve, è l’unica cosa che salva. Sempre. Anche i nostri protagonisti…
Del Toro ci parla dell’atto di creare come di un atto d’amore che brucia: l’artista è sempre un dio in esilio, un Prometeo che ride e piange del proprio dono.
L’urlo di dolore di Victor e la sua richiesta di perdono per aver inflitto tanta sofferenza riflettono l’enorme complessità dell’animo umano. Più si ha, più diventa impossibile fermarsi. Più si ottiene, più cresce il livello di distruzione e autodistruzione (chirurgica l’interpretazione su questo tema anche di Christoph Waltz, mentre a Felix Kammerer l’arduo compito di essere l’alter ego di Victor e la sua parte di coscienza più pura.)
Il regista riesce a rappresentare questo grande dilemma esistenziale anche grazie al sapiente chiaroscuro delle luci e delle ombre. Un’illuminazione quasi “caravaggesca”, dove il quadro artistico mette in risalto superfici e abissi dell’animo umano.
È allora che quella creatura, quella “cosa”, quella “M” di mostro, per citare un altro grande classico (Il mostro di Düsseldorf), appare meno lontana e più comprensibile. Nella dialettica estenuante con il creatore non ci sono né vincitori né vinti. Ad ogni colpo, risponde un colpo. A entrambi i “mostri” non resta che guardarsi dentro, riflessi nello specchio incrinato del proprio destino.

Una lettera d’amore alle proprie creature
Questo film parla di creature. Emarginate, sensibili, difettose, è una lettera a cuore aperto verso tutto ciò che non si dovrebbe sentire o esistere. È un canto per gli invisibili, un abbraccio agli imperfetti, una carezza gettata nel buio per chi ancora crede nella luce.
Con il suo ritmo incalzante e la sua delicatezza formale, ci invita a non avere paura e a prendere coscienza di ciò che, forse, facciamo più fatica a sentirci dire:
«Il cuore si spezzerà, eppure spezzato vivrà» . Nelle nostre imperfezioni, sempre.
Frankenstein, Il Cast
- Oscar Isaac: Victor Frankenstein
- Mia Goth: Elizabeth Lavenza
- Jacob Elordi: la Creatura
- Ralph Ineson: Professor Kempre
- Charles Dance: Leopold Frankenstein
- Christoph Waltz: Henrich Harlander
- Felix Kammerer: William
- Lars Mikkelsen: capitano Anderson
- David Bradley: il cieco
- Burn Gorman: Fritz
- Christian Convery: Victor da giovane
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