Dopo la morte del giovane Will (George Pullar), la sua famiglia, compresa la moglie Alice (Souheila Yacoub) comincia a essere perseguitata da pericolose entità demoniache legate al passato di suo nonno studioso di esoterismo.

Nuovo capitolo del franchise de La Casa creato da Sam Raimi nel lontano 1981 è certamente uno dei più insulsi e male realizzati sia per la mancanza di spunti interessanti (abbiamo il solito Necronomicon i cui poteri si accaniscono contro un gruppo ristretto di persone) che per la realizzazione dozzinale e becera fatta di mutilazioni, ettolitri di sangue e improbabili demoni che sopravvivono a colpi di pistola alla testa, ma che poi si fanno bloccare da porte di legno chiuse con il chiavistello e la più totale incoerenza della narrazione, a cominciare dall’antefatto dei due amici pescatori che vengono massacrati in riva al lago.

Non si capisce davvero, insomma, né cosa cerchi di comunicare né dove voglia arrivare il regista Sébastien Vanicek (che in una scena post credit sembra credere non solo in un sequel, ma anche che ci saranno esseri senzienti che resteranno in sala fino alla fine del film) con questo sconclusionato susseguirsi di squartamenti e secchiate di sangue, che sembra ignorare una delle regole base dell’horror (come ci insegnano i precedenti film della serie e le più recenti opere del regista Oz Perkins)

secondo cui lo splatter funziona fintanto che ci sono uno o più personaggi che tengano viva un sana dose di humor macabro come l’iconico Ash Williams (Bruce Campbell) a cui vanno i nostri pensieri più affettuosi perché in lotta con un cancro e che qui compare inquadrato per alcuni istanti su una foto di famiglia) mentre dalla moglie complessata, al fratello frignone, fino alla nonna rimbambita rappresenta un’interminabile carrellata di personaggi, uno più antipatico e peggio caratterizzato dell’altro.

Come per ogni genere cinematografico anche per un franchise horror non bastano qualche riferimento smozzicato alla saga, oltre al Necronomicon abbiamo anche il pugnale kandariano, anche se qui sembra più uno scalpello da carpentiere (scopiazzando tristemente l’espediente usato per il Santo Graal del terzo Indiana Jones che era la “coppa di un falegname”) o varie scene di squartamento e macellazione, servono idee, originalità e anche una certa audacia

Ma tutto questo sembra essere arso nel rogo (mentale), che dà il titolo al film, il quale si risolve in maldestro e fallimentare tentativo realizzare una pellicola che produca incassi con il minimo sforzo.

Andrea Persi

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“Chi ride al cinema non guarisce dalla lebbra, ma per un'ora e mezza non ci pensa.” di Jim Carrey

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