A vent’anni dalla fine della guerra di Troia, il re di Itaca Ulisse (Matt Damon) non è ancora riuscito ancora a fare ritorno dalla moglie Penelope (Anne Hathaway) e dal figlio Telemaco (Tom Holland) che sono in balia di Antinoo (Robert Pattison) e degli altri nobili dell’isola che hanno occupato la reggia sperando che la regina scelga uno di loro come sposo ed è bloccato sull’isola di Calipso (Charlize Theron). Ma i ricordi della guerra e del proprio passato riemergono in maniera sempre più forte e drammatica.
Dopo mesi di attesa e di polemiche da improvvisati esperti di Omero che probabilmente hanno studiato l’opera sui riassunti della Bignami arriva finalmente nelle sale la riduzione cinematografica del poema epico diretta del regista britannico Christopher Nolan il quale, ispirandosi alle sue opere di esordio Memento e Insomnia, realizza una versione del poema classico che, così come lo è stato per generazioni di studenti ma per altri motivi, somiglia, anche grazie alla colonna sonora del premio Oscar Ludwig Göransson a un incubo allucinatorio del protagonista, combattuto dal fardello delle proprie scelte di re e comandante e dal desiderio di tornare a casa dove moglie e figlio sono vittime degli intrighi del mefistofelico Antinoo (un eccezionale Robert Pattison) che tenta di usurpare il trono.
Non è un caso, infatti, vengono mostrate nelle quasi tre ore di film le vicende più cruente e oscure della storia da Polifemo a Circe (una delle migliori scene, peraltro), passando per i Lestrigoni fino al viaggio di Ulisse (o meglio Odisseo) nell’Ade e anche il suo soggiorno presso Calipso si svolge in un’atmosfera che appare onirica e disturbante mentre vengono esclusi episodi rassicuranti come l’ospitalità di Eolo o del re Alcinoo e rielaborate (in una maniera eccessivamente hollywoodiana che stona con il resto del film) alcune vicende come la Telemachia (ovvero i viaggi di Telemaco a Sparta e a Pilo alla ricerca del padre), il ruolo del soldato Acheo Sinone (Elliot Page) nella guerra o Scilla e Cariddi (il primo rappresentato come una specie di mostro di Cloverfield). Ma il vero fulcro narrativo della storia è il rapporto tra l’uomo e la divinità. Se in altre pellicole come l’inguardabile Troy di Wolfgang Petersen (con cui gli improvvisati esperti di Omero di cui sopra si sono messi a paragonare questo film, il che la dice lunga su di loro) o nel più recente Itaca il ritorno di Uberto Pasolini, le divinità sono del tutto eliminate mentre in altre come la miniserie Odissea di Andrej Končalovskij sono ben presenti nella storia, qui Nolan spinge l’ambiguità (l’incipit del film è infatti “in un’ epoca di presunta magia”) fino al punto che si finisce a dubitare di loro anche in quelle scene la loro esistenza sembrerebbe essere pacifica. Una ambiguità che il regista di Dunkirk volutamente non scioglie lasciando allo spettatore la scelta se le entità superiori esistono davvero o se siano gli uomini a crearli (e anche a distruggerli) attraverso le scelte che facciamo e il modo in reagiamo alle conseguenze delle stesse, ponendo in continuazione il quesito se il fardello delle nostre scelte sia più facile da portare se lo attribuiamo a una Divinità che a noi stessi.
Unico anello debole del cast stellare non è il premio Oscar Lupita Nyong’o nel doppio ruolo di Elena e della sorella uxoricida Clitmestra e su cui si sono appuntate le maggiori critiche per la sua etnia e che peraltro si vede in meno di 20 minuti, , quanto Tom Holland, le cui espressioni da bambino spaurito francamente cominciano a stancare e appaiono fuori luogo nel contesto del film specie se confrontate con le prove attoriali del già citato Robert Pattison, di Matt Damon e di Anne Hathaway.
Dopo gli ultimi due film non proprio riusciti, Nolan, ripercorrendo le orme dei suoi film d’esordio, realizza un’opera di grande spessore tecnico e narrativo, certamente imperfetta, ma che ci trasporta in un viaggio entusiasmante sui grandi temi che l’essere umano si è sempre posto.
Andrea Persi
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