Dopo essere scappato dalla propria comunità, il giovane Spike (Alfie Williams) viene fatto prigioniero dalla banda di satanisti guidata da Jimmy Cristal (Jack O’Connel) che cerca d’indottrinarlo alla sua sanguinaria fede. Nel frattempo il Dott. Ian Kelson (Ralph Fiennes) pensa di aver scoperto un modo per guarire dal contagio l’Alfa Samson (Chi Lewis-Parry) e gli altri “rabbiosi”.
Per il secondo capitolo della sua nuova trilogia (probabilmente il più delicato da realizzare) l’inglese Danny Boyle cede il timone alla newyorkese Nia DaCosta, pur lasciando lo script sempre ad Alex Garland e il nuovo regista riesce, sia pure con qualche difficoltà, a portare avanti i temi propri della saga che l’hanno consacrata come una delle più originali novità tra gli zombie movie e gli horror in genere.
Anche questa pellicola, infatti, non solo racconta come la decadenza della società generi dei mostri peggiori di quelli che ne hanno provocato il crollo (tema già esplorato da registi come George H. Romero e John Hillcoat e, più di recente, nella serie cult The Walking Dead) ma si focalizza su un’altra delle diverse sfaccettature di questo imbarbarimento che crea un vero proprio incubo nell’incubo.
Se il primo film si focalizzava su una comunità apparentemente pacifica e sana in che nascondeva degrado e corruzione morale (con tanto di bimbi soldato), qui ci viene mostrata la banda di Jimmy Cristal (personaggi a metà tra il Joker di Batman e il Begbie di Trainspotting) il cui scopo è portare solo brutalità e distruzione in mondo già allo sfacelo e contro la quale Spike deve combattere una nuova battaglia per preservare la propria innocenza contro chi vorrebbe portagliela via e ha perduto in passato la sua.
Arbitro di questo scontro sarà nuovamente il Dottor Ian Kelson, sempre interpretato magistralmente da Ralph Fiennes, medico che attraverso la propria teatralità e stravaganza (della serie “hai mai danzato con un Alfa del pallido plenilunio?”) conserva in sé l’umanità del mondo che rischia e si mette in gioco per aiutare il prossimo, anche quando potrebbe non farlo omologandosi all’egoismo dominante.
Attraverso un mix studiato di sequenze inquietanti (che ce ne spiegano anche alcune del precedente film), splatter, oniriche e anche ironiche che però non sfugge a qualche prolissità (i tentativi di rieducazione di Samson benché essenziali per la narrazione inducono, alla lunga, alla sonnolenza) il film giunge al suo epilogo e al cliffhanger conclusivo che per lo spettatore e ancor di più per il fan è una vera e proprio scossa
elettrica, crea una sana aspettativa per il capitolo conclusivo che vedrà nuovamente Danny Boyle dietro la macchina da presa.
Andrea Persi
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