La rocambolesca storia del giocatore di ping pong Marty Mauser (Timothée Chalamet) dagli esordi nel circuito internazionale fino all’incontro con il campione del mondo Koto Endō (Koto Kawaguchi).
Liberamente ispirato alla vita del campione Marty “The Needle” Reisman, due volte campione statunitense di tennis da tavolo e una di hardbat, specialità giocata con la racchetta tradizionale di legno senza rivestimento in gomma, un biopic anticonvenzionale come il suo protagonista.
Siamo, infatti, abituati a racconti edificanti su talentuosi giovani sportivi che superano mille difficoltà e le fragilità personali fino al successo, pensiamo a Colpo Vincente di David Anspaugh o a lo Spaccone di Robert Rossen fino all’immortale Rocky, mentre qui troviamo un protagonista che alimenta le proprie debolezze, il proprio ego e la propria discutibile scala di valori proprio per raggiungere gli obbiettivi che si è prefissato ma i cui intenti vengono puntualmente frustrati e in questo risiede il nucleo narrativo (e umoristico) del film che, in maniera beffarda e tragicomica (pensiamo alla scena della vasca da bagno o a quella del rapimento del cane), ci mostra la sua adrenalinica e sempre più mortificante corsa contro il tempo per ottenere ciò che vuole.
La struttura inconsueta della storia che ricorda uno film dei fratelli Joel ed Ethan Coen, la capacità del regista Josh Safdie di coniugare dramma e commedia e l’interpretazione di Timothée Chalamet (nuovamente e meritatamente in odore di premio Oscar con un antieroe ricco di sfaccettature, arrogante, imbroglione e sfortunato) e della sua coprotagonista Gwyneth Paltrow per alimentare la spettacolarità della storia, preferendo concentrarsi sulle tragicomiche disgrazie di Marty nel suo continuo inseguimento dell’effimero dello sport e nella vita (fama e soldi), e quindi, condannato a non ottenerlo come nei vecchi film di Hollywood vincolati dal codice Hays che vietavano che i comportamenti negativi dei personaggi ispirassero la simpatia del pubblico, anche se nel caso specifico non si può che provare empatia per un personaggio truffaldino e spregiudicato quanto Paul Newman ne la Stangata ma sfortunato come Fantozzi.
Marty Supreme, in sostanza, non è certamente un film da Oscar, ma può essere, come fu per Leonardo Di Caprio con The Revenant – Redivivo, un film con cui un giovane attore che ha sempre offerto performance di alto livello come Chalamet, può vincere la statuetta.
Andrea Persi
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