I fratellastri Andrew (Billy Barratt) e Piper (Sora Wong), rimasti orfani, vengono affidati alla psicologa Laura (Sally Hawkings), che ha perso anche lei una figlia e vive in una casa di campagna col problematico Oliver (Jonah Wren Phillips).
A prescindere dalle “sfighe” iniziali patite dai protagonisti per giustificare il contesto filmico e che gettano seri dubbi a sulle bontà ed efficacia del sistema assistenziale australiano, l’horror dei gemelli Danny e Michael Philippou è un prodotto che se stenta a decollare, ma man mano che prende quota, si dimostra un titolo interessante e originale, rispetto a pellicole magari più blasonate e pubblicizzate, ma che alla fine si limitano a rimestare in situazioni o meccanismi horror già visti e rivisti (come gli ormai sfruttatissimi jumpscaries).
Viceversa, in questo film la regia gioca con molta abilità con temi propri del thriller psicologico come la manipolazione delle persone e degli eventi, attraverso i loro traumi e segreti, sfruttando altresì espedienti più tipicamente propri dell’horror come alcune scene apertamente gore e altre maggiormente ansiogene quali gli inquietanti video in vhs che suggeriscono allo spettatore lo sviluppo della storia o le sequenze osservate dalla prospettiva della ipovedente Piper.
Fulcro di tutta la storia rimane comunque il personaggio di Laura interpretato da Sally Hawkings qui un ruolo inedito, quasi “deviato”, rispetto ai precedenti in Paddington 1 e 2 e Wonka che riesce ottimamente a trasmettere, anche in chiave oppositiva rispetto agli altri personaggi il cui sincero, anche se sofferto, affetto viene evidenziato in tanti piccoli dettagli, la labilità del confine che esiste tra amore e ossessione.
Il finale aperto e poco conciliante non solo ci lascia sperare in un auspicabile sequel che esplori gli aspetti rimasti in sospeso, ma conferma che quando i registi non si inchinano agli stereotipi dominanti l’horror è un genere creativo e vitale
Andrea Persi
