1934. In viaggio verso Stoccolma per ricevere il premio Nobel per la Letteratura, Luigi Pirandello (Fabrizio Bentivoglio) ripensa alla sua vita, alle ossessioni celate dietro la sua arte, al rapporto con la famiglia, in particolare con la moglie Antonietta (Valeria Bruni Tedeschi), malata di mente e con la sua “musa” l’attrice Marta Abba (Federica Vincenti).

Due anni dopo la Stranezza di Roberto Andò e l’interpretazione di Tony Servillo, Pirandello (stavolta impersonato da un eccezionale e intenso Fabrizio Bentivoglio) e i suoi “Sei personaggi in cerca d’autore” sono ancora protagonisti. Ma se la precedente pellicola aveva i toni della commedia (e non solo per la presenza dei comici Ficarra e Picone), l’opera di Michele Placido, interpreta Saul Colin, l’agente del premio Nobel e basata sul libro “Il gioco delle parti. Vita straordinaria di Luigi Pirandello” di Matteo Collura  ha, invece, tutti i caratteri di una lenta e oscura discesa negli abissi della mente dello scrittore, non semplicemente bloccato artisticamente dalla pazzia della moglie (qui magistralmente impersonata da Valeria Bruni Tedeschi) ma, talmente soggiogato da essa da cercare prima di dargli un senso attraverso la sua arte (essa (vedi la scena della camera da letto), tentativo che culminerà con la disastrosa messa in scena di “sei personaggi” al Teatro Valle e poi dal velleitario tentativo di sfuggirgli attraverso il rapporto mai consumato con Marta Abba e, infine, attraverso l’accettazione di questo dolore sia fisico (vedi la scena dell’ultimo incontro con Antonella di fronte alla famiglia riunita per pranzo) che spirituale (“scriviamo per vendicarci della vita” dice a un certo punto l’artista).  

Accanto a questo nucleo narrativo troviamo il già citato rapporto con Marta Abba (che in certi momenti ricorda l’infatuazione per un amore impossibile come quella del maturo Von Aschenbach per il giovinetto Tadzio in Morte a Venezia) e la sua brusca interruzione, narrata anch’essa come una sorta di perversa allucinazione onirica e il rapporto di Pirandello con i figli, l’unico che sembra sempre conservare un legame con la realtà nel corso delle continue incursioni narrative nell’inconscio dello scrittore e che anzi ci appare per lui come un rapporto liberatorio, quando incalzato dai giornalisti che lo incalzano sull’assegnazione del premio Nobel, comincia a picchiettare sulla macchina da scrivere assieme ai nipotini, scrivendo il celebre “pagliacciate, pagliacciate”, momento in cui Pirandello recupera il controllo della propria vita e non è più prigioniero dei suoi fantasmi e dei suoi sensi di colpa.

Una liberazione, questa che ha più il sapore di un’accettazione dei propri errori come uomo e come artista che di una loro sconfitta. Del resto, come osserva il Cavalier Lenzi ne “Il fu Mattia Pascal”, rivolgendosi al protagonista: << a un certo punto s’accorge che la vita è tutta una bestialità, e allora dica un po’ lei che cosa significa il non averne commessa nessuna: significa per lo meno non aver vissuto, caro signore>>.

Andrea Persi

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“Chi ride al cinema non guarisce dalla lebbra, ma per un'ora e mezza non ci pensa.” di Jim Carrey

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