Nel 1951 Ava Gardner sposò Frank Sinatra. La notorietà era già arrivata accanto a Burt Lancaster e Clark Gable e lei era una stella in ascesa. In quell’anno recitò sui set di ben tre film, i canonici melodrammi “Voglio essere tua” e “Show Boat” e infine il singolare “Pandora”, accanto a James Mason.

Questa pellicola richiama la nostra attenzione per una serie di ragioni. Fu il film che rese inaspettatamente la Gardner un’icona del surrealismo e la innalzò tra i volti dell’arte cinematografica anticonformista e d’avanguardia. Del resto, con un regista come Albert Lewin, l’attrice non poteva che prender parte ad un’originale amalgama romantico che lambiva le più alte liriche gotiche. Certe scelte, come la voce fuori dal campo – quella di Geoffrey Fielding (un evanescente Harold Warrender) -, conferirono all’intero film un vago sapore teatrale e le inquadrature di arcane sculture classiche e architetture decadenti lo rimarcarono.

Il grosso delle scene fu girato a Tossa de Mar, un piccolo villaggio costiero catalano che prese il nome di Esperanza. Il mare era dunque lo stesso di Figueres, non a caso si percepisce la brezza creativa di Dalì.

Ava Gardner interpretò Pandora Reynolds, femme fatale dei classici del decennio andato, donna bellissima, sensuale e frivola, che si diletta a far precipitare gli uomini in spasimi di disperazione e avventate soluzioni volte a catturare le sue attenzioni. Pandora è incapace di amare, un’anima che non conosce se stessa e vaga senza riuscire a dare valore a nulla. Le sue giornate proseguono senza mai prendersi troppo sul serio, in un eterno gioco amoroso che non sazia, fino a quando, nelle acque della baia, appaiono le vele di uno yacht. Come sedotta, non esita a salirvi, nuda, spoglia dei suoi capricci, e scorge l’unica persona a bordo, il misterioso comandante Hendrik Van der Zee (James Mason). Questi, con un’aria alienata e spenta, sta dipingendo una donna che le rassomiglia. Nella tela c’è, con grande evidenza, una citazione dello stile metafisico di De Chirico.

Tale rimando al mondo rarefatto della pittura onirica, già sperimentato dal regista ne “Il ritratto di Dorian Gray”, spiana la strada al risveglio di Pandora. A poco a poco la donna si innamora perdutamente del misterioso Van der Zee, scopre la verità che egli cela dietro tante ombre e sceglie di andare incontro alla morte per liberarlo da una maledizione che dura da secoli. L’uomo, infatti, solca i mari dal Seicento, condannato dal tribunale divino per l’uccisione di sua moglie e per una blasfema esaltazione della sua follia omicida.

Lo sguardo di James Mason è vacuo, l’espressione persa e al contempo marchiata da severità. Le sue pause caricano la recitazione di potenza drammatica. La sua figura, angosciosa e trasognante, confligge col dinamismo dei pretendenti di Pandora, impegnati in corse automobilistiche e corride (uno di essi è interpretato dal torero Mario Cabré, che, a quanto si dice, ebbe davvero una relazione con la Gardner, ma importa?). Mason riuscì a dare al suo personaggio un magnetismo che pervade d’un senso d’oscura fatalità tutto il film e accompagna lo spettatore sino al culmine preannunciato, il suicidio che completa l’amour fou teorizzato da André Breton.

Le passioni di Lewin per l’archeologia e le citazioni erudite e cupe confluirono in un’opera colta che mescola storia, poesia e mito. Il regista rielaborò una leggenda popolare che Richard Wagner, più di un secolo prima, aveva reso in atto unico, quella dell’Olandese volante, e la intrecciò col racconto mitologico di Pandora, la preferita dagli dei dell’Olimpo, colei che aprì il vaso che conteneva tutti i mali del mondo, conservando solo la speranza. Tale risultato Lewin lo conseguì col prezioso supporto del surrealista francese Man Ray. A questi si dovette il successo dell’atmosfera fantastica del film e l’uso dei diversi flashback, elemento chiave per distorcere la narrazione in una inquietudine che tocca l’ossessione. Incantevoli i capi di scena, realizzazioni della costumista Beatrice Dawson. Superlativa risulta la fotografia di Jack Cardiff che riesce a incorniciare Ava Gardner in un alone ultraterreno, figlio di uno sperimentale uso delle luci.

Il film lasciò perplessa la critica americana. Fu giudicato troppo angusto e bizzarro, viceversa quella francese plaudì. Il critico e regista greco Ado Kyrou, in particolare, non ebbe dubbi: “Pandora è l’unica donna risolutamente surrealista in tutta la storia del cinema”.

 

 

Angelo D’Ambra

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Angelo D'Ambra, saggista, laureato in Scienze Politiche, anima il portale di divulgazione storica historiaregni.it, scrive di storia nordamericana per farwest.it e si occupa di critica cinematografica e musicale per planetcountry.it e passionecinema.it.

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